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Alla corte della Cina: In & Out

Entra Taiwan. L’esito delle elezioni ha alleggerito le tensioni sullo stretto che divide la Cina dalla piccola isola. La coalizione guidata dal Kuomintang, già al governo per cinquant’anni prima del 2000, ha preso 86 seggi sui 113 disponibili. Con la sua campagna per l’indendenza formale di Taiwan, oggi di fatto autonoma ma che Pechino considera una provincia cinese, il Partito democratico progressista al governo si è aggiudicato solo 27 deputati. Il risultato getta una ipoteca anche sulle elezioni presidenziali del prossimo marzo, dove al presidente Chen Shui Bian potrebbe succedere il candidato del Kuomintang favorevole al riavvicinamento economico, e anche politico in futuro, a una Cina "democratica".

Esce Hong Kong. A proposito di democrazia, la città – isola alle porte meridionali della Cina ha visto oggi migliaia di persone scendere per le strade a chiedere elezioni libere nel 2012. Per l’ex colonia inglese, che nel luglio scorso ha celebrato il decennale del ritorno alla Cina, Pechino ha deciso di recente di mantenere lo statu quo politico fino almeno al 2017. Vale a dire un governatore e metà del Consiglio legislativo nominati direttamente dalla Cina, lasciando i restanti deputati al voto popolare. Sebbene alcuni osservino che l’apertura esplicita alla democrazia piena tra dieci anni fatta dal governo cinese sia un passo significativo, gli attivisti locali vogliono accelerare i tempi. Hong Kong rimane così per Pechino una miccia rischiosa per le polveri democratiche che si stanno accumulando tra classe media e agricola cinese.