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Domani si vota nella piccola Taiwan

L’isola a un centinaio di chilometri ad est della Cina andrà alle urne domani per il rinnovo del Parlamento. Il 22 marzo prossimo lo farà di nuovo per eleggere il nuovo presidente. I sondaggi danno per perdente il Partito democratico progressista, del presidente Chen Shui Bian, dopo otto anni di governo "indipendentista". 60 dei 113 seggi a disposizione dovrebbero andare alla coalizione guidata dai nazionalisti del Kuomintang: ossia il partito che ha governato l’isola per cinquant’anni prima della sconfitta elettorale del 2000. Per i 17 milioni di taiwanesi sono in ballo l’occupazione e l’economia, che preoccupa nonostante una crescita annua del 5%, e la corruzione dilagante che mette a rischio per voto di scambio queste stesse elezioni. Agli occhi internazionali risalta invece il significato politico del voto.

Taiwan rimane infatti una delle frontiere calde della politica internazionale. Il suo status giuridico è conteso dal’49. Per Pechino è parte della Cina e le Nazioni Unite hanno in maggioranza accettato il principio di "una sola Cina". Per il governo in carica sull’isola, dal lungo passato coloniale prima portoghese poi giapponese, l’attuale indipendenza di fatto andrebbe riconosciuta a livello internazionale, come fanno finora una ventina di stati al mondo (per lo più africani o dell’area pacifica). Il tema è seguito da tempo con attenzione da Stati Uniti e Giappone, preoccupati per il riarmo navale cinese. Uno sbarco militare è una delle possibilità ufficialmente ammesse da Pechino per risolvere la questione di Taiwan. I prossimi scrutini popolari potrebbero infine alleggerire le tensioni. Se tornasse al potere, il Kuomintang favorirebbe il rafforzamento dei legami con la Cina, economici e politici. Nella prospettiva di soluzione concordata con Pechino, annessione o confederazione nei prossimi 30 – 50 anni.